Tommaso d'Aquino - Apostolato di preghiera per l'infanzia

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NEL CAMMINO DELLA VIA DELL'INFANZIA

Giovedi 28 ottobre col.lit. bianco
SAN TOMMASO D'AQUINO - memoria


COMMENTO AL PADRE NOSTRO
da opuscoli teologico - spirituali
Titolo originale dell'opera:
In orationem dominicam, videlicet «Pater noster», expositio.
Imprimatur : +Giovanni Canestri, Vicegerente Roma.


La bocca del giusto proclama la sapienza,
e la sua lingua esprime la giustizia;
la legge del suo Dio è nel suo cuore.

Ant. del giorno


Questo è il servo saggio e fedele,
che il Signore ha posto a capo della sua famiglia,
per distribuire a tempo debito la razione di cibo.
Lc 12,42

Introduzione


Il Pater è la più perfetta tra le formule di preghiera, avendo tutte e cinque le doti che un'orazione ben fatta dovrebbe possedere.

    I. Innanzitutto, essa deve elevarsi fiduciosa, sorretta cioè da un tranquillo abbandono. E' infatti un accedere fidente al trono della divinità, per implorarne le grazie (cf. Eb 4, 16). Deve poggiare su una fede che non conosca esitazioni (cf. Gc l, 16).

   Ebbene, a buon diritto la preghiera del Pater è atta a infondere la massima sicurezza essendo stata composta dal nostro miglior difensore, sapientissimo (cf. Col 2, 3), che sta in veste d'avvocato dinanzi al Padre per placarne l'ira accesa dalle continue trasgressioni: Gesù Cristo, il Giusto (cf. I Gv 2, 1). Nel suo commento al Pater san Cipriano ne deduce che, dovendo noi implorare perdono per le nostre colpe, nulla di meglio possiamo fare che ripetere le parole suggeriteci dal nostro patrono.

   Ancor più sicura la rende il fatto che, a chiedere nella maniera più opportuna, ce l'ha insegnato proprio colui che assieme al Padre esaudisce le preghiere, adempiendo alle parole del salmo: «Griderà, rivolto a me, e io lo esaudirò» (Sal 90, 15). Sempre san Cipriano definisce «amichevole, familiare [alle sue orecchie] e devota» quella preghiera che si rivolge al Signore servendosi delle sue stesse parole. Non è possibile quindi che un uomo termini la preghiera del «Padre nostro» senza riportarne qualche frutto: come minimo ne otterrà - insegna sant'Agostino - la remissione dei peccati veniali.

    2. Ogni preghiera, poi, dev'essere onesta, ossia deve chieder qualcosa di conveniente. Il Damasceno (92) la definisce, appunto, «una richiesta che abbia le doti dell'accettabilità». Molto spesso non siamo esauditi proprio perché alle nostre preghiere manca tale elemento condizionante (cf. Gc 4, 3).

   D'altra parte è assai difficile sapere esattamente cosa sia opportuno chiedere e cosa no, dal momento che siamo in difficoltà di fronte alla selezione dei desideri. Ne era consapevole l'Apostolo scrivendo ai romani: «Ignoriamo quel che [in particolare e in un dato momento] ci convenga chiedere» (Rm 8, 26). Ma c'è chi può insegnarcelo, Gesù, cui gli apostoli si eran rivolti: «Signore, insegnaci a pregare!» (Lc 11, 1). Sicché, quanto entra a far parte della preghiera del Cristo, è petizione irreprensibile. Se preghiamo in modo giusto e opportuno qualunque siano le frasi che andiamo dicendo (conclude sant'Agostino), nient'altro esprimiamo con esse di ciò che si trova in questa preghiera del Signore.

   3. Ci dev'essere un determinato ordine, nelle richieste come nei desideri che esse esprimono. Prima di tutto dobbiamo anteporre le suppliche che riguardino i beni spirituali, e quelle che si realizzano in cielo a quelle terrene: «Cominciate a cercare il regno di Dio e la sua giustizia, e il resto vi sarà dato per giunta» (Mt 6, 33). Ed è volontà esplicita del Signore, come si rileva chiaramente dalle due sezioni che compongono il Pater.

   4. Fervente orazione: la religiosità intensa, difatti, rende gradito a Dio il sacrificio dell'orante, come faceva il salmista: «Invocando il tuo nome alzerò le mie mani: come di midollo e di grasso, sia ripiena l'anima mia» (93).

   Siccome però non di rado la devozione si affievolisce a causa dell'eccessiva lunghezza di una preghiera, il Signore ci ha raccomandato d'evitare le prolissità: «Non ripetete macchinalmente le stesse parole» (Mt 6, 7). E Agostino, in una lettera a Proba, ricorda che «l'orazione non ha bisogno di lunghi discorsi; però non facciamoci scrupolo d'insistere se il fervore ci sostiene». Anche in tema di concisione, il Pater ci è di esempio.

   La devozione è un po' il fervore della carità, sia verso Dio che verso il prossimo; ed entrambi vengono raccomandati nel Pater.

   Convinti che egli ci ama, lo chiamiamo «Padre», mentre la carità che nutriamo per il prossimo vien espressa dall'aggettivo che segue la parola iniziale: «nostro».

   5. Infine, la preghiera dev'essere umile poiché Dio «ascolta le suppliche degli umili» (Sal 101, 18), come possiamo rilevare dall'episodio evangelico che ha per protagonisti un fariseo e un pubblicano (cf. Lc 18, 9-14), o nelle parole di Giuditta: «A te, Signore, piacque sempre la preghiera degli umili e dei mansueti» (Gdt, 9, 16).

   L'umiltà ha un posto d'onore nel «Padre nostro», dato che tale virtù può dirsi autentica quando un uomo, riconoscendosi inetto a compiere il bene o [a meritare alcunché) con le proprie forze, si ripromette di conseguire tutto dalla divina potenza.

   Ecco adesso i vantaggi d'una preghiera ben fatta.

   E' rimedio efficace contro i mali, operando la liberazione dal peccato. Davide ne è testimone: «Tu perdonasti l'empietà della mia colpa; perciò ti pregherà ogni fedele» (Sal 31, 5-6). In croce, il rapinatore implorò il perdono e lo ottenne, e in quello stesso giorno fu accolto in paradiso (cf. Lc 23, 43). Il pubblicano, pregando [rettamente], se ne tornò assolto a casa sua (cf. Lc 18, 14).

   Inoltre essa libera dal timore di poter essere ancora [fatalmente] schiavi del peccato, quindi dall'angosce e dalle tribolazioni [che vi son connesse] (94). San Giacomo esorta: «C'è qualcuno tra voi che soffre? Preghi!» (Gc 5, 15). Ed è utile, quale scampo dalle persecuzioni dei nemici. Mentre gli avversari lo calunniano e minacciano di morte, Davide, ad esempio, ricorre alla preghiera (cf. Sal 108, 4).

   E' il mezzo più efficace ad ottenerci le buone cose che desideriamo. Sta scritto, infatti: «Tutto ciò che chiederete nella preghiera, abbiate fede d'ottenerlo e l'otterrete» (Mc 11, 24); che se talvolta non siamo esauditi, questo dipende o perché non abbiamo chiesto con la necessaria insistenza laddove «bisogna pregare sempre, senza stancarsi» (Lc 18, 1), oppure perché non stavamo chiedendo ciò che più conviene alla nostra salvezza. Osserva in proposito sant'Agostino: «Il Signore è buono a non dare, spesso, quel che vorremmo, concedendoci in cambio ciò che più dovrebbe starci a cuore». Lo si può dedurre [anche] dal caso di Paolo che, pur avendo implorato in tre diverse circostanze la liberazione dal tormento che l'affliggeva nel corpo, non venne esaudito (95).

   La preghiera, infine, ci rende familiari a Dio, e con maggior confidenza potremo ripetere: «Salga come incenso, Signore, la mia preghiera fino a te» (Sal 140, 2).

PADRE NOSTRO


   Vanno fatte qui due considerazioni: Dio ci è «Padre» per diversi motivi. Quali, allora, i nostri doveri di figli?

   Egli è nostro Padre perché ha riservato a noi la singolare attenzione di crearci a propria immagine e somiglianza, cosa che non concesse alle creature inferiori. Ce lo rammenta la Scrittura: «Non è lui il tuo Padre, che ti ha fatto esistere creandoti?» (Dt 32, 6).

   Anche per il modo di governarci, egli agisce come un padre: non lo fa quasi ci considerasse suoi servi, bensì padroni [delle nostre scelte]. La sua provvidenza guida verso un fine tutte le cose, ma s'interessa di noi con molta delicatezza (cf. Sap 14, 3; 12, 18).

   Si dimostrò Padre, ancora, nell'adottarci. Quel che elargisce alle restanti creature sembrano, in confronto, dei regalucci: per noi -figli ed eredi - c'è l'eredità [del suo regno] (cf. Rm 8, 17). Possiamo quindi chiamarlo «Abba, Padre!» (Rm 8, 15).

   Ne conseguono alcuni doveri, da parte nostra.

    I. Onorarlo. Pose egli stesso tale quesito al suo popolo: «Se io sono il Padre, dov'è l'onore che mi spetta?» (Ml 1, 6). Onorarlo con la lode devota in quanto Dio («Chi offre il sacrificio della lode mi onora» (Sal 49, 23), mediante parole che sgorghino dall'intimo, non semplicemente con le labbra (cf. Is 29, 13) e conservandoci anche fisicamente irreprensibili (cf. I Cor 6, 26) nonché imparziali nel giudicare il prossimo, come esige l'equità divina (cf. Sal 98, 4).

   2. Dobbiamo poi imitarlo, come si segue l'esempio paterno. E' il gran desiderio di Dio: d'essere riconosciuto Padre e di non vedersi continuamente abbandonato dai figli d'elezione (cf. Ger 3, 19).

   Ricalcando i suoi esempi, dobbiamo «camminare nell'amore» (Ef 5, 1) con sincerità d'affetto, ed essere concretamente misericordiosi (cf. Lc 6, 36), cercando in tutto la perfezione: «Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre che sta nei cieli» (Mt 5, 48).

    3. Fare quanto ci ordina. «Se siamo ubbidienti ai nostri padri terreni, non saremo ancor più sottomessi al Padre [creatore] degli spiriti?» (96). Prima di tutto gli ubbidiremo perché egli è il Signore. Diremo anche noi, con Mosè: «Tutto ciò che il Signore ci ha ordinato lo eseguiremo, ubbidienti» (Es 27, 4).

   Poi per l'esempio datoci dal Figlio [unigenito], ubbidiente al Padre sino alla morte in croce (cf. Fil 2, 8). E non va trascurato il vantaggio che ne deriva, sì che potremo ripetere [partecipando a tanti beni soprannaturali]: «Danzerò davanti al mio Signore, che mi ha eletto» (2 Sam 6, 21).

    4. Accettare, infine, pazientemente, i castighi che avremo meritato. «Figlio mio - dice l'autore dei Proverbi - non disprezzare la disciplina di Jahvè e non scoraggiarti quando da lui sei castigato, perché Dio corregge chi ama e in esso pone il proprio affetto, come un padre nel suo figliolo» (Prv 3, 11-12).

   Nostro. Quest'aggettivo riassume i doveri che abbiamo verso il prossimo: amore e rispetto. Amore in quanto, essendo loro come noi figli di Dio, sono nostri fratelli (cf. I Gv 4, 20). «Non abbiamo forse un Padre unico, noi tutti? Non ci ha creati un unico Dio? E allora perché ci comportiamo con reciproca perfidia? » (Ml 2, 10). E alla voce del profeta si aggiunge quest'altra, dell'Apostolo: «Amatevi con vicendevole fraternità» (Rm 12, 10), facendo a gara nel mutuo rispetto; che è dovuto a tutti i figli di Dio.

   Non piccolo sarà il frutto, dal momento che Cristo è divenuto, per chi adempie ai suoi precetti, «causa di salvezza eterna» (Eb 5, 9).

Questa sezione del sito è dedicata alla via dell'infanzia che l'Apostolato segue, secondo Volontà del Signore verrà posto uno scritto dal tesoro della Chiesa  secondo il cammino.

 
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