San Tommaso d'Aquino - Apostolato di preghiera per l'infanzia

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Padri, santi, dottori della Chiesa - scritti-
 


San Tommaso d'Aquino
28 gennaio



"La bocca del giusto proclama la sapienza, e la sua lingua esprime la giustizia; la legge del suo Dio è nel suo cuore".
antifona del giorno


«Non avrai altri dèi oltre a me»
(Esodo 20, 3)


S'è veduto che tutta la legge di Cristo è basata sulla carità, e questa a sua volta si esprime compiutamente nei due precetti dell'amore, verso Dio e verso il prossimo. Consegnando a Mosè il decalogo, Dio gli presentò due tavole di pietra, sulla prima delle quali erano incisi i tre precetti relativi all'amore verso Dio, sulla seconda i rimanenti sette, relativi all'amore verso il prossimo. L'intera legge, dunque, veniva riassunta nei due obblighi fondamentali [della carità]. «Non avrai altri dèi». Per comprendere il perché di questo primo comandamento bisogna sapere che gli antichi violavano in vari modi tale diritto [esclusivo del vero Dio].
Vi era chi rendeva un culto ai demoni. «Gli dèi pagani sono spiriti malvagi» (Sal 95, 5), perciò questo è il peggiore e più orribile dei peccati. Ancora oggi sono in molti a trasgredire il primo comandamento, ossia tutti coloro che si dedicano alle opere della magia per indovinare il futuro, e ai sortilegi. Entrambe presuppongono, come osserva sant'Agostino, un patto d'intesa col demonio. Anche Paolo raccomandava: «Non voglio che voi siate in comunione coi demoni» (I Cor 10, 20); e, ancora: «non potete partecipare alla mensa del Signore e a quella degli spiriti maligni» (I Cor 10, 21).

Altri adoravano i corpi celesti, considerando gli astri quasi altrettanti dèi. Vedi, nel libro della Sapienza: «Credettero dèi, governatori del mondo, il fuoco o il vento o l'aria veloce, o il firmamento stellato, o le acque violente o i luminari del cielo» (Sap 13, 2). Fu per questo motivo che Mosè raccomandò agli israeliti di non starsene troppo a osservare il firmamento, nel timore che finissero con l'adorare il sole, la luna e le stelle. Ecco il testo: «Quando tu alzerai gli occhi al cielo e vedrai lassù il sole, la luna e le stelle e tutti gli astri del firmamento, non ti lasciar sedurre al punto di prostrarti davanti a tali creature per adorarle» (Dt 4, 19). Ribadisce lo stesso concetto anche in altro passo del Deuteronomio (cf. Dt 5, 7-8). Contro il primo comandamento peccano gli astrologi, i quali sostengono che gli uomini siano guidati dai corpi celesti (169), mentre in realtà si tratta semplicemente di creature destinate a servire. Soltanto Dio è il nostro signore. Non son mancati neppure adoratori degli elementi terrestri, gente che credette il fuoco, il vento o l'aria manifestazioni degli spiriti invisibili (cf. Sap 13, 2). E cadono in un errore consimile quanti usano dei beni inferiori, nutrendo per i medesimi eccessivo attaccamento.

L'avaro ad esempio è un idolatra (cf. Ef 5, 5). Altri hanno adorato gli uccelli, oppure gente come loro o magari se stessi, mossi da diversi motivi: un affetto carnale, l'adulazione, là vana ostentazione di sé. Leggiamo, quanto ai primi, nella Scrittura, che «un padre grandemente afflitto per l'immatura morte del figlio, ne fece riprodurre l'immagine, poi l'onorò come Dio mentre non era che un morto, istituendo per i suoi un culto con proprie cerimonie. L'empia abitudine si diffuse in seguito e s'osservò come legge» (Sap 14, 15). Servi adulatori han reso un culto ad altri uomini, venerandoli più che Dio stesso e non solo in loro presenza ma dinanzi a immagini che li riproducevano (cf. Sap 14, 17).

Il Signore ha avvertito: «Colui che ama il padre o la madre più di me, non è degno di me» (Mt 10, 37), e il salmo 145 ci ammonisce: «Non riponete fiducia nei potenti, uomini [come voi] incapaci di provvedere alla vostra salvezza» (Sal 145, 2-3). Infine, spinti dalla presunzione certuni si fecero chiamare «dèi», come si può vedere nel caso di Nabucodonosor» (170). E in Ezechiele leggiamo, d'uno di essi: «Il tuo cuore si è inorgoglito e tu hai detto: 'Io sono un dio, e abito nella dimora di un dio, nel cuore del mare'» (Ez 28, 2). E qualcosa del genere fanno quelli che si attengono più alle proprie idee personali che ai divini precetti. Praticano verso se stessi un'autentica religione: nella continua ricerca di piaceri carnali, mostrano di adorare come un dio il proprio corpo. È di essi che l'Apostolo ha scritto: «Il ventre, per loro, è la divinità» (Fil 3, 19). Da tutto ciò e da costoro dobbiamo tenerci lontani.   «Oltre a me». Dobbiamo adorare esclusivamente l'unico vero Dio. Ed eccone le ragioni.

I. La dignità di Dio. Anche nei suoi confronti, così come succede tra noi, negandogli l'ossequio dovuto gli si fa ingiuria. Chiunque occupi un rango elevato ha diritto a un particolare rispetto, tanto che verrebbe considerato traditore del re quell'uomo che gli rifiutasse un atto di riverenza. Ebbene, vi sono taluni che si comportano così di fronte a Dio [negandogli l'adorazione]. «Hanno sostituito la gloria di Dio incorruttibile, con immagini di uomini mortali» (Rm I, 23), il che spiace a lui, sommamente, avendo proclamato per bocca di Isaia: «Io sono il Signore; questo è il mio nome: non darò la mia gloria a nessun altro, né agli idoli l'onore che è dovuto a me» (Is 42, 8). Uno dei punti su cui si fonda la dignità divina deriva dalla sua onniveggenza; lo stesso suo nome sembra trarre origine dal verbo «vedere», dal vedere tutto e tutti, prerogativa della deità. Il profeta poteva perciò sfidare i falsi dèi: «Annunziate ciò che accadrà in avvenire, e noi riconosceremo che siete dèi» (Is 41, 23). «Nessuna cosa al mondo sfugge allo sguardo di Dio, ma tutto è chiaro e svelato agli occhi di colui al quale dobbiamo rendere conto» (Eb 4, 13). Attentano a simile capacità che loro non compete gli indovini; contro i quali dice Isaia: «Vi pare serio che un popolo debba consultare qualcun altro che non sia il proprio Dio, e per i vivi interpellare i morti?» (Is 8, 19).

2. Un ulteriore motivo di ossequio ce lo offre la generosità del Signore. Da Dio ci proviene ogni bene. Egli è il munifico creatore. «Tu allarghi la mano, e tutti sono provvisti di beni» (Sal. 3, 28). Anche questa dote [universale] pare sia contenuta nel nome «Dio»: il donatore per eccellenza, colui che riempie di bontà il creato. Daresti a vedere di esser parecchio ingrato, se non ammetti che tutti i beni ti provengono da lui; anzi finiresti per inventarti un altro dio, come quegli israeliti che, rientrati dall'Egitto, si costruirono un idolo. Andiamo dietro all'oggetto del nostro cuore (cf. Os 2, 5), imitando i figli di Israele, ogni volta che riponiamo la speranza non in Dio ma in qualcun altro. Invece «beato è l’uomo che fa assegnamento su Dio» (Sal 39, 5), e l'apostolo Paolo interrogava in proposito i cristiani della Galizia: «Ora che avete conosciuto Dio ¬ anzi, che siete stati amati e conosciuti da lui -, come mai vi rivolgete di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, dei quali volete ancora essere schiavi?» (Gal 4, 9-10).

3. La fedeltà alle promesse fatte. Noi abbiamo rinunziato al diavolo, promettendo d'impegnarci solo dalla parte di Dio, e non dobbiamo mancare di parola. Assai grave è il rischio che si incorre, secondo che ricorda l'Apostolo: «Se uno viola la legge di Mosè, in base alla deposizione di due o tre testimoni morrà senza alcuno scampo; quanto più acerbi supplizi pensate voi che si meriti chi avrà calpestato il Figliolo di Dio, e avrà tenuto come profano il sangue del testamento grazie al quale fu santificato, e avrà fatto oltraggio allo Spirito?» (Eb 10, 28-29). E aggiunge che «una donna sarà chiamata adultera se, vivendo ancora il marito, essa diventa la donna d'un altro» (Rm 7, 3) e secondo la legge mosaica costei avrebbe meritato d'essere mandata al rogo. Perciò, stia attento il peccatore che crede di poter battere due strade, che zoppica da entrambi i lati (cf. I Re 18, 21).

4. L'inclemenza del dominio diabolico, adombrata nelle parole di Geremia: «Servirete giorno e notte ad altri dèi, che non vi daranno requie» (Ger 16, 13). Il tentatore infatti non si contenta di far cadere una sola volta ma, piuttosto, si ingegna di moltiplicare le cadute. «Chi fa il peccato è schiavo del peccato» (Gv 8, 34), e san Gregorio commenta: «L'errore che non vien cancellato dalla penitenza, presto ne trascina altri con sé». La sottomissione al Signore è ben diversa. I suoi precetti non risultano opprimenti: «Il mio giogo è soave, [dice il Signore] e leggero il mio peso» (Mt 11, 30). Può considerarsi abbastanza soddisfatto l'uomo che prende a dedicarsi al servizio di Dio con l'assiduità che poneva nel peccare. Ai cristiani, Paolo rivolge questo appello: «Come un tempo avete messo le vostre membra a servizio dell'impurità e dell'iniquità per soddisfare le concupiscenze, così ora mettete le vostre membra a servizio della giustizia, per raggiungere la santità» (Rm 6, 19.). I servi del diavolo diranno invece: «Ci siamo allontanati dalla via della verità... Ci stancammo, percorrendo le vie dell'iniquità e della rovina, e attraversammo deserti impraticabili» (Sap 5, 7). Davvero, conclude Geremia, «si consumarono in una vita iniqua» (Ger 9, 5).

5. L'immensità del premio. Da nessun altro vengono promesse ricompense sublimi come quelle derivanti dalla osservanza della legge di Cristo.

(da opuscoli: commento ai due precetti della Carità e ai X Comandamenti, 1 «Non avrai altri dèi oltre a me» 2«Non nominare il nome del Signore tuo Dio invano»




 
 
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