Preghiera VI mistero 31 dic/1 gen - Apostolato di preghiera per l'infanzia

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Anno liturgico B
 
 
 
 
 
 
 
 


Lunedì 1 gennaio
Madre di Dio
col. lit. bianco
CIRCONCISIONE DI NOSTRO SIGNORE GESU'

Messa con preghiera per l'infanzia

Oggi su di noi splenderà la luce,
perché è nato per noi il Signore;
Dio onnipotente sarà il suo nome,
Principe della pace, Padre dell'eternità:
il suo regno non avrà fine.
Antifona (cf. Is 9,2.6; Lc 1,33).






VI mistero
Circoncisione e Nome di Gesù
Lc 2,16-21
31 dicembre/1 gennaio


Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.




CORONCINA DELLE DODICI STELLE
O Dio vieni a salvarmi
Signore vieni presto in mio aiuto, Gloria.


In quel tempo Gesù disse:
«Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Mt 11,25-27


12 Pater
3 Gloria


PREGHIERA DEL CAMMINO DELL'APOSTOLATO


O Signore che per Amore avete voluto farvi bambino e verso i bambini avete effuso la vostra tenerezza con quelle parole" Lasciate che i bambini vengano a me" Fate che io mi comporti e cammini sempre in modo da non dare cattivo esempio ai piccoli che credono in voi, per non incorrere in quelle terribili pene che avete sentenziato contro chi li scandalizza. Concedetemi la Grazia di diventare come uno di questi piccoli, perchè possa anch'io secondo le vostre promesse, entrare nel Regno dei cieli.

Imprimatur
In Curia Arch. Mèdiolani die 25 sept. 1908
Can. Joan Rossi Vic. Glis.

I LETTURA
Dal libro dei Numeri
Nm 6, 22-27

Il Signore aggiunse a Mosè: «Parla ad Aronne e ai suoi figli e riferisci loro: Voi benedirete così gli Israeliti; direte loro:
Ti benedica il Signore
e ti protegga.
Il Signore faccia brillare il suo volto su di te
e ti sia propizio.
Il Signore rivolga su di te il suo volto
e ti conceda pace.
Così porranno il mio nome sugli Israeliti
e io li benedirò».

Salmo Responsoriale
Da Sal 66
R. Dio abbia pietà di noi e ci benedica.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica,
su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via,
la tua salvezza fra tutte le genti. R.

Gioiscano le nazioni e si rallegrino,
perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra. R.

Ti lodino i popoli, o Dio,
ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano
tutti i confini della terra. R.




II LETTURA
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati
Gal 4,4-7


Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.


Santi Innocenti Martiri
Omelia Santa Messa
Fra Giampaolo Possenti, ofm


La festa dei Santi Innocenti è una festa spiazzante, perché trovarci proprio qui a pochi giorni dal Natale con di fronte il mistero del dolore innocente, non è una cosa che è sempre facile affrontare. Perché tutti noi forse abbiamo vissuto il dolore innocente e tutti noi lo vediamo attorno a noi, in mille situazioni diverse. Sono molte le domande che si affollano quando ci troviamo di fronte a questa realtà; domande alle quali oggi non diamo ovviamente tutte le risposte. Noi semplicemente ci accontentiamo di puntualizzare e di sottolineare alcuni aspetti che la parola di Dio oggi ci aiuta a focalizzare. Anzitutto come semplici osservazioni introduttive: questa festa è collocata qui ed è considerata una festa addirittura che va sopra alla domenica - perché la domenica solitamente non si celebrano festività di santi, ma ci sono solo alcune eccezioni e questa è una di quelle -, perché parla di Gesù anzitutto. Parla di Gesù e ce lo mette di fronte agli occhi come un uomo che ha assunto tutto dell’umanità. Sarebbe stato facile per Lui sfuggire a queste cose: era Dio! Bastava nascere nel momento giusto, quando non c’erano pericoli…  E invece ha voluto condividere la debolezza, la piccolezza di mille altre persone, di milioni di persone che si trovano coinvolte negli eventi, in eventi più grandi di loro, e si trovano a vivere l’esilio, si trovano a vivere lontani, profughi. Gesù e la Sua famiglia sperimentano anche questo, subito, senza sconti particolari; si trovano a vivere quella condizione.
Secondo motivo per cui questa festa è importante è che ci rimanda immediatamente al mistero Pasquale. Perché il dolore e la morte ci ricordano che la contemplazione del mistero dell’Incarnazione ci deve mandare là, al mistero della croce. Se volete un’immagine la prendo dalla cronaca di ieri che è accaduto che un gruppo di deficienti ha preso il presepio che avevano costruito lì, ha distrutto metà delle statue, ha preso il Bambino Gesù e lo ha appeso alla croce che stava in cima al paese, una croce di ferro su cui c’è scritto “Cristo oggi e sempre”. Ora, questi sono dei deficienti, ovviamente, ma il gesto fa capire. Quel Bambino è stato collocato sulla croce; lì per dispregio - ma d’altra parte sulla croce non si mette per amore, si mette sempre per dispregio -, eppure è un’immagine potente di quello che noi dobbiamo sempre considerare quando guardiamo il mistero del Natale. Noi dobbiamo vedere Colui che è venuto a condividere con noi la nostra storia, il nostro percorso e anche il nostro dolore e la nostra morte, perché sono parte del nostro essere umani.
E oggi è anche il momento nel quale celebriamo, perché vanno pure celebrati, i tanti innocenti della storia. Non solo quelli lì concretamente riferiti in questo brano del Vangelo, ma i tanti innocenti che nella storia di sempre sono presenti. I tanti bambini che vengono usati in mille modi anche oggi: bambini soldato ce ne sono da tutte le parti; bambini che vengono usati da delle specie di mostri che vanno a fare turismo in Paesi stranieri e li usano per i loro “giochi” perversi. Adulti che vengono accusati ingiustamente, che vengono schiacciati da regimi totalitari, che vengono uccisi, torturati. Tanti sono gli innocenti, anche oggi, e tutti vengono ricordati qui, di fronte al mistero dell’Incarnazione del Signore.
Rispetto a tutto questo Dio che cosa fa?  Fa almeno tre cose. La prima l’abbiamo già detta: condivide, non fa sconti neppure a se stesso. Entra nella storia e la vive per quello che essa è, condividendo il nostro cammino, il nostro percorso. E già questa è una realtà straordinaria. Perché, vedete, il dolore è una conseguenza del peccato. Gesù non era costretto a subire il dolore. Lo ha voluto fare per condividere la nostra storia. Lui non ha peccato. Non era costretto a soffrire e quindi poteva benissimo venire da noi, parlarci, aprirci la strada e non sentire nulla del dolore. Lo ha voluto fare. E’ dono della Sua degnazione.
In secondo luogo Dio viene a consolare, realizzando la profezia di Geremia ascoltata nella prima lettura, che inizia appunto con questa citazione, poi riportata nel Vangelo: un pianto, un dolore grande, ma poi consola Rachele, cerca di dire “apriti ad una speranza nuova, vedrai che tutto questo non andrà perduto”. Questa però non è una consolazione a buon mercato. Noi facciamo alla svelta di solito a consolare quando siamo fuori dalla situazione. Quando vedi qualcuno che sta male e tu non stai male… insomma a consolare che ci vuole? Non è che sia una cosa così complessa! Ma quando sei dentro la stessa situazione, consolare acquista una qualità completamente diversa. E Gesù fa così: consola i malati da malato, consola i prigionieri da prigioniero, consola i morenti da morente. E’ un modo di condividere e consolare che è di una profondità infinitamente più grande di quella che noi troppo spesso usiamo e conosciamo. E questo è il primissimo livello: quello che immediatamente cogliamo nella lettura di questo testo. Ma c’è n’è anche un secondo più profondo: c’è non solo una condivisione; c’è un misterioso legame tra la sofferenza di ogni uomo e la sofferenza di Cristo. Lui non si accontenta di essere accanto. Il termine condivisione potrebbe suggerire questo: Lui sta accanto a noi. Non gli basta, Lui è dentro il dolore. E’ tutta un’altra cosa. Noi al limite possiamo stare accanto, condividere, magari avere lo stesso dolore, ma non è la stessa cosa. Lui sta dentro il dolore della singola persona: lì dove tutto sembra perduto, Lui c’è, Lui è arrivato.
Poi sta dentro anche la gioia, sia chiaro. Oggi stiamo considerando un aspetto del mistero, non è mai il tutto. Lui, per fortuna nostra, condivide anche la nostra gioia, il nostro amore, non solo il nostro dolore e la nostra morte, ma anche questo. Il dolore di ogni innocente è sentito, vissuto, portato da Cristo come fosse il Suo dolore. Questo è d’altra parte il senso della croce: Colui che porta il peccato e il dolore del mondo. Ogni dolore di ciascuno di noi è portato da Cristo come il Suo dolore. D’altra parte questa è l’estrema conseguenza di quel quadro che Paolo ci ha presentato nella seconda lettura, dove tutto é comunione, dove tutti siamo in comunione con Cristo; Lui è in comunione con noi, la stessa creazione è in comunione con il percorso dell’uomo. Dove tutto è legato, dove tutto è comunicante e siccome Lui è il cuore, il vertice di tutta questa realtà di comunione - anzi Lui è questa comunione -, ovviamente tutto il dolore, che viene vissuto da ciascuno, viene preso e accolto e trasformato in Lui. Vissuto da Lui come fosse il Suo. Questo avviene poi a titolo speciale quando quel dolore è causato dall’essere suoi, quando Lui è la causa della morte - non perché Lui faccia morire, ma perché si uccide perché qualcuno è di Cristo o perché qualcuno Gli è vicino -. Si diventa subito martiri.
La festa di oggi è una festa un po’ spiazzante perché noi solitamente i martiri li consideriamo come coloro che hanno scelto di stare con Cristo, cioè come quelli che ci hanno messo la volontà e l’amore e hanno detto “no, io non ti rinnego, resto con te”. Qui invece questa cosa non può essere fatta. Questi non potevano scegliere: erano bambini, non hanno scelto nulla. E ci troviamo allora di fronte ad una situazione particolare, dove il semplice essere perseguitati a causa di Cristo, crea immediatamente un legame, che è lo stesso di quello del martire: si diventa parte di Lui. Il martire diventa il testimone perché rappresenta qui e adesso il Cristo. Capite che allora c’è dentro questa realtà qualcosa di grande. Questo poi è un criterio che è stato adottato per tutti i martiri: i martiri vengono dichiarati, riconosciuti tali, non a partire dal fatto che sempre e soltanto sono state bravissime persone - a volte ci sono dei martiri che uno ci pensa tre secondi per dire “santi” -, ma perché sono stati odiati a causa di Cristo. E’ l’” odium fidei” quello che fa il martire. Si è associati e Lui anche semplicemente perché qualcuno ti guarda e dice “sei di Cristo, sei vicino a Cristo; e io ti odio; e io ti uccido”.
C’è un oltre ancora. Non basta neppure questo livello. C’è qualcosa che Cristo attua nel momento in cui si colloca dentro il dolore e la morte, che è aprire ad un oltre rispetto al dolore e alla morte. Fa questa cosa in due modi. Uno permettendoci di fissare lo sguardo su di Lui quando viviamo nel dolore, quando siamo nella persecuzione innocente. Fissare lo sguardo su di Lui, significa in qualche modo ribaltare quanto abbiamo detto fino adesso - non perché va ribaltato, ma perché si può vivere anche secondo la dinamica contraria, che non è contraria nello spirito, è opposta semplicemente nel percorso -. Così come Lui è sceso ed ha condiviso, entrando dentro il nostro dolore e la nostra morte, così a noi è stato reso possibile percorrere il cammino opposto ed entrare nel Suo dolore e nella Sua morte compatendo con Lui, cioè trasformando quello che noi viviamo in partecipazione alle Sue sofferenze. Un mirabile scambio: Lui condivide con noi, perché vuole stare con noi e aprirci la vita eterna e noi possiamo condividere con Lui. Questo è un dato classico di tutta la tradizione spirituale. Quando qualcuno vive nel dolore e nella sofferenza, gli viene detto: “compatisci con Cristo, vivi questo dolore con Lui e questo dolore si trasformerà”. Ed è vero, ed è così. Non perché venga meno il dolore, anzi da un certo punto di vista diventa ancora più profondo quel dolore che tu stai sperimentando, ma è aperto su quell’Amore che Cristo è. Lui scende, viene e noi da quel dolore, da quella morte possiamo entrare nel Suo mistero, entrare dentro Lui.
E c’è un secondo modo di aprirsi all’oltre, che è quello che è aperto solo da Lui: c’è un oltre la morte. Lui apre questa realtà e la fa diventare porta, la fa diventare Pasqua. Questi bambini non restano incompiuti per l’eternità. Nel Suo amore Dio permette ad ogni essere umano di arrivare al compimento, alla perfezione di ciò che quell’umano è. Ma d’altra parte vale anche per noi: noi siamo più potenza che atto, noi siamo più possibilità perdute che realtà attuate, nel campo dell’amore, nel campo della fede. Eppure Dio viene con il Suo amore e cambia ciò che siamo, in modo tale che tutto può essere portato a compimento, tutto entra nel Regno, tutto entra nel Paradiso. E’ questo il dono di quell’oltre che nessuno di noi può darsi. Noi possiamo solo accoglierlo perché è dato da Lui, perché è un dono che viene da Lui. Ed è un dono strepitoso perché permette di cogliere in ogni vita che si spegne, che ci sembra perduta, non questo, ma una vita che troverà comunque il suo compimento a partire dall’amore e dalla libertà di Dio, che non vuole che nessuno si perda.
Questo è il dono che noi oggi celebriamo: questo Suo venire a condividere con noi, questo Suo entrare dentro il nostro dolore, condividendolo in modo pieno, come fosse il Suo, aprendo per noi la possibilità di un amore che è così profondo che non conosce neppure la barriera della morte e trasforma in martiri, in santi, in perfetti anche bambini che non hanno potuto raggiungere il compimento. Loro non potevano, Lui sì.
Ecco, questo è il dono che celebriamo ed è un dono che allora ci riguarda. Noi non guardiamo oggi semplicemente questi bambini da lontano, magari con un po’ di compassione, perché poverini… no, no, no. Questo è il dono che riguarda tutti noi, sempre. Noi siamo amati così da Dio ed è Lui che porta a compimento la nostra esistenza. E’ Lui che la rende piena, degna, sempre, ogni istante, anche quando sembra perduta, anche quando sembra inutile. Lui tutto conduce a compimento, perché Lui è l’Amore e Lui vuole questo per noi.
Allora in questa Eucaristia noi ci affidiamo ancora una volta a questo Amore, questa totalità, questa bellezza che Cristo è; a questo dono di sé che Lui fa continuamente per noi.
Gli chiediamo di poter essere persone con il cuore aperto che sanno prendere il dolore, la piccolezza e la morte e viverle con Lui, compatendo con Lui, perché insieme a Lui noi siamo chiamati a salvare questo mondo.


 
 
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