"L'infanzia spirituale - Apostolato di preghiera per l'infanzia

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Anno liturgico B > Nel cammino della Via dell'Infanzia


NEL CAMMINO DELL'INFANZIA



"In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli".

da Mt. 18,1-5




( Estratti dall'Infanzia Spirituale di G. Banlo e dalla rete )
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Prima qualità dello stato d'Infanzia Spirituale


L'abnegazione di se stesso è la prima massima della vita spirituale cristiana e deve essere il primo impegno di chi vuole essere discepolo di Gesù Cristo. «Se qualcuno vuol venire al mio seguito, rinunci a se stesso» (Matth., 16, 24). Orbene, tra le cose nostre, una delle principali è il nostro spirito: è questo come il governatore e la guida di tutte le altre; perciò colui che ha rinunciato bene al proprio spirito, ossia all'amor proprio anche nei propri giudizi, facilmente si libererà dagli altri impedimenti.

Seconda qualità dello stato d'Infanzia Spirituale


La rinuncia all'amor proprio della quale abbiamo trattato nel capitolo precedente, porta con sé l'abbandono completo di se stesso e di tutti i propri interessi nelle mani di Dio
Gesù Cristo medesimo ci comanda, anzi ci ordina questo intero abbandonarsi nelle mani del Padre suo, quando ci proibisce di inquietarci per l'indomani, con queste parole: «Non vogliate mettervi in pena pel domani» (Matth., 6, 34) e Davide, avo di Gesù, ne aveva già fatto un consiglio dicendo: «Getta nel seno del Signore la cura di te, ed Egli ti nutrirà» (Ps. 54, 23).


Terza qualità dello stato d'Infanzia Spirituale


La semplicità è una santa disposizione per la quale l'anima tende all'unità e fugge ogni molteplicità nelle sue intenzioni, nei suoi affetti, nelle sue parole e nelle sue azioni. La sua divisa è questa massima del Salvatore: «Una sola cosa è necessaria» (Luc., 20, 41).

La semplicità è una virtù che ha un occhio solo, vale a dire uno sguardo semplice in tutto ciò che pensa, fa o dice; e questo sguardo è rivolto a Dio, per piacere a lui senza preoccuparsi di ciò che diranno gli uomini. E' una virtù che rende l'anima tutta pura e le sue opere tutte luminose. Se il tuo occhio è semplice, dice Gesù Cristo, tutto il tuo corpo sarà luminoso (Matth., 6, 22).

Quarta qualità d'Infanzia Spirituale


La virtù della purità è propria anch'essa dell'infanzia, donde avviene che i fanciulli chiamansi pueri, quasi come puri.

La puerilità viene dalla purità; anzi la purità interiore dell'anima è significata dalle purità della carne dei piccoli fanciulli, la quale di solito è bianca e netta, perché non è ancora alterata e contaminata da nessun corpo estraneo e non ha ancora altro alimento fuorché il latte. Perciò nella S. Scrittura quando si parla della guarigione di Naaman il lebbroso, si dice: «La sua carne tornò come la carne di un piccolo fanciullo ed ei fu mondato» (4 Reg., 5, 14).

Chi dunque vuole arrivare al beatissimo stato dell'Infanzia Cristiana, si acquisti la purità, la quale non è altro che una santa disposizione, per cui l'anima respinge ben lontano da sé tutto ciò che potrebbe contaminarla; poi abbia tanta cura di conservare il suo candore, come l'ermellino di conservare la sua bianchezza, e prendere come divisa questo motto: Malo mori quam foedari. Piuttosto la morte che l'infamia!


Per intendere meglio questa purità, è da sapere che la bellezza dell'anima consiste nella carità e la sua bruttezza nella cupidigia. L'amor di Dio è quello che rende l'anima bella e nitida, mentre l'amore alle creature la rende sudicia e deforme. Dio è un oggetto infinitamente bello, a segno che rende belli anche coloro che lo amano; ma, al contrario, la creatura è così meschina che il suo amore guasta ed infetta coloro che ad essa attaccano il cuore: «Sono divenuti abominevoli, dice un profeta, come le cose che essi hanno amato» (Osea, 9, 40).

L'anima è simile ad uno specchio; orbene, tutto quanto tocca lo specchio, lo macchia. L'anima nostra è così delicata che non può essere toccata, fuorché da Dio, senza che la sua purità ne soffra danno; ora il contatto dell'anima consiste nell'amore, nell'affetto, nell'adesione, nell'unione amorosa col suo oggetto.


Quinta qualità d'Infanzia Spirituale


La dolcezza è virtù propria dell'Infanzia Spirituale, perché è una qualità dell'infanzia naturale; questa infatti è di un umore così facile e dolce come il latte e il miele di cui si nutre.

La dolcezza o mansuetudine non è altro che una santa disposizione dell'anima piena di carità, per la quale, essendo lieta dentro di sé, dalla sua purezza interiore fa ridondare dei segni di gioia sull'esterno del suo volto, e così si rende gradevolissima a coloro coi quali conversa; così fa buon viso ad ogni sorta di persone, tutto sopporta e non si irrita di niente. La dolcezza è simile ad un fanciullo, che in mezzo ad una compagnia, tutti vogliono baciare, tanto è amabile. Ne consegue che questa virtù è propria soltanto di coloro i quali son ben padroni di sé, tengono nelle loro mani, come dice il profeta, la loro anima ed il loro cuore (Ps., 115, 109), ed hanno soffocato in sé ogni movimento di malumore e di collera.


Sesta proprietà dell'Infanzia Spirituale


L'innocenza naturale è talmente propria ai fanciulli che quando si vuol dire di uno che è ancora fanciullo, si dice che è un povero innocente. Orbene, il cristiano deve essere per grazia e per virtù, ciò che i fanciulli sono per età e per natura.

L'innocenza virtuosa è uno stato, una disposizione per la quale l'anima non vuol nuocere ad alcuno e non può ricevere danno da nessuno. La parola innocenza. sembra avere questo significato, poiché dire che uno è innocente, ossia innocuo, è dire che non nuoce a nessuno e che nessuno gli può nuocere (46).

Mi sembra perciò che si possano distinguere due sorta di innocenza, una attiva, passiva l'altra. Con la prima, l'uomo non vuol nuocere a nessuno, ma al contrario fa del bene a tutti. Con la seconda, l'uomo è in uno stato tale, che non può ricevere danno da nessuno. La prima è segno di buona volontà; la seconda, segno di forza e di potenza. La prima è una santa affezione di carità che tace il male e lo nasconde (Rom., 13, 10); la seconda è come una solidità e fermezza nella carità medesima, per la quale l'anima dagli oggetti che la circondano non riceve più impressioni cattive e passa attraverso i pericoli senza riceverne danno, secondo queste parole di Nostro Signore: «Quantunque bevessero del veleno, questo non nuocerà loro» (Marc., 16, 18)

L'anima può giungere ad un tal grado d'innocenza da non sentire più le attrattive delle creature, come un uomo che si fosse rinchiuso in un potente castello non sentirebbe più nessuna molestia dai suoi nemici esterni. La sua innocenza le serve da riparo, come una tenda fortificata, nella quale cammina attraverso il campo di questa vita mortale, la quale non è altro che una continua guerra

Settima qualità
Fortezza e obbedienza


1. “Per aspera ad astra!”

“Attraverso le difficoltà si arriva alle stelle”. Questa ben nota frase di Seneca esprime in modo significativo l’esperienza umana secondo cui, per ottenere il meglio, bisogna impegnarsi, e perciò, “quello che vale costa”; per poter raggiungere i beni più alti è necessario lottare per superare gli ostacoli e le asperità che continuamente si presentano nel corso della vita.

2. “Quia tu es fortitudo mea” (Sal 31, 5)

Fa parte anche dell’esperienza umana la constatazione della debolezza della nostra condizione, che in un certo senso costituisce l’altra faccia della moneta della virtù della fortezza. Molte volte dobbiamo riconoscere che non siamo stati capaci di compiere certi lavori che in teoria erano alla nostra portata.

Nello stesso tempo, sono numerosi i testi della Scrittura che sottolineano come le diverse manifestazioni di un comportamento forte (pazienza, perseveranza, magnanimità, audacia, fermezza, franchezza, e anche la disposizione di dare la vita) provengono da Dio e possono essere mantenute soltanto se sono ancorate in Lui: quia tu es fortitudo mea, perché Tu sei la mia fortezza (Sal 31, 5)[4]. In altre parole, l’esperienza cristiana insegna che “tutta la nostra forza ci è data in prestito”.

San Paolo esprime in modo adeguato questo paradosso, nel quale s’intrecciano gli aspetti umani e quelli soprannaturali della virtù: “quando sono debole, è allora che sono forte”, perché, come gli ha assicurato il Signore: “sufficit tibi gratia mea, nam virtus in infirmitate perficitur, ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”.

3. “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15, 5)

Il modello e la sorgente della fortezza per ogni cristiano, pertanto, è Cristo stesso, che non solo con le sue azioni dà un esempio costante che arriva addirittura a dare la propria vita per amore agli uomini, ma che inoltre afferma: “senza di me non potete far nulla”.

Così la fortezza cristiana rende possibile la sequela di Cristo, un giorno dopo l’altro, senza che il timore, il prolungarsi dello sforzo, le sofferenze fisiche o morali, i pericoli, offuschino nel cristiano la percezione che la vera felicità consiste nell’aderire alla volontà di Dio e lo allontanino da essa. Gesù ci ha avvertiti chiaramente: “Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio”.

4. “Beata quae sine morte meruit martyrii palmam”: il martirio della vita quotidiana


Come ricordava Benedetto XVI, esiste anche un “martirio della vita quotidiana”, della cui testimonianza il mondo di oggi ha particolarmente bisogno: “la testimonianza silenziosa ed eroica di tanti cristiani che vivono il Vangelo senza compromessi, compiendo il loro dovere e dedicandosi generosamente al servizio dei poveri”.

In tal senso, lo sguardo si rivolge a Santa Maria, perché è stata ai piedi della Croce di suo Figlio, dando un esempio di straordinaria fortezza senza subire la morte fisica, sicché può ben dirsi che fu martire senza morire, secondo il tenore di un’antica preghiera liturgica. “Ammira la fortezza della Madonna: ai piedi della Croce, con il più grande dei dolori umani – non c’è dolore come il suo dolore – piena di fortezza. – Chiedile questo vigore, per saper stare anche tu presso la Croce”.

5. “Omnia sustineo propter electos” (2 Tm 2, 10)

Si consistant adversum me castra, non timebit cor meum..., se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme[15]. Anche san Paolo, prima di arrivare alla suprema testimonianza di Cristo, si esercitò durante la sua vita in questo atto caratteristico della fortezza, tanto da poter affermare: “sopporto ogni cosa per gli eletti”[16].

Per esprimere questo aspetto della virtù (la resistenza), la Sacra Scrittura suole riferirsi alla immagine della roccia. In una delle sue parabole Gesù allude alla necessità di costruire sulla roccia, vale a dire, non solo ascoltare la sua parola, ma sforzarsi di metterla in pratica[17]. Si intende che, in fin dei conti, la roccia è Dio, come non cessa di ripetere l’Antico Testamento: “Il Signore è mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; il mio Dio, la mia rupe in cui mi rifugio, il mio scudo, la mia salvezza!”. Non ci meraviglia allora che san Paolo arrivi ad affermare che la roccia è Cristo stesso[20], il quale è “potenza di Dio”[21].

La fortezza per resistere alle difficoltà proviene, dunque, dall’unione con Cristo mediante la fede, come dice san Pietro: resistite fortes in fide!, resistete saldi nella fede. In tal modo si può dire, in un certo senso, che il cristiano si trasforma, come Pietro, nella roccia sulla quale Cristo si appoggia per edificare e sostenere la sua Chiesa.

6. “In patientia vestra possidebitis animas vestras” (Lc 21, 19)

Fa parte della fortezza la virtù della pazienza, che Joseph Ratzinger ha descritto come “la forma quotidiana dell’amore”. La ragione per la quale nel cristianesimo a questa virtù si è data tradizionalmente un’importanza notevole si può dedurre da una frase di sant’Agostino nel suo trattato sulla pazienza, in cui la descrive come “un dono così grande di Dio, che deve essere proclamata come una impronta di Dio che è rimasta in noi”.

La pazienza, dunque, è una caratteristica del Dio della storia della salvezza, come insegnava Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato: “Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini”.

Da questa considerazione si possono trarre molte conseguenze pratiche. La pazienza induce a saper soffrire in silenzio, a sopportare le contrarietà dovute alla fatica, al carattere degli altri, alle ingiustizie, ecc.
In tal modo si adempie la frase di Gesù: “con la vostra perseveranza salverete le vostre anime”.

7. “Chi persevererà sino alla fine sarà salvato” (Mt 10, 22)

La pazienza è in stretta relazione con la perseveranza. Quest’ultima suole essere definita come la persistenza nell’esercizio di opere virtuose malgrado le difficoltà e la stanchezza dovute al loro protrarsi nel tempo. Più precisamente, si suole parlare di costanza quando si tratta di vincere la tentazione di abbandonare l’impegno per l’apparizione di un ostacolo preciso; si parla invece di perseveranza quando l’ostacolo è semplicemente il protrarsi nel tempo di detto impegno.

Non si tratta soltanto di una qualità umana, necessaria per raggiungere obiettivi più o meno ambiziosi. La perseveranza, a imitazione di Cristo, che fu obbediente al disegno del Padre fino alla morte, è necessaria per la salvezza, secondo le parole evangeliche: “chi persevererà sino alla fine sarà salvato”. Si capisce allora quanto sia vera l’affermazione di san Josemaría: “Cominciare è di tutti; perseverare è dei santi”.

“Ogni fedeltà deve passare attraverso la prova più esigente: quella della durata [...]. È facile essere coerente per un giorno, o per alcuni giorni [...]. Ma si può chiamare fedeltà solo una coerenza che dura per tutta la vita”. Queste parole del Servo di Dio Giovanni Paolo II aiutano a capire la perseveranza sotto una luce più profonda: non come un semplice persistere, ma anzitutto come un’autentica coerenza di vita; una fedeltà che finisce col meritare la lode del signore della parabola dei talenti, e che si può considerare come una formula evangelica di canonizzazione: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

8. “Magnus in prosperis, in adversis maior”

“Grande nella prosperità, ancora più grande nell’avversità”. Questa frase dell’epitaffio del re inglese Giacomo II, nella chiesa di Saint Germain in Layes nei pressi di Parigi, esprime l’armonia tra le diverse parti della virtù della fortezza: da un lato, la pazienza e la perseveranza, che sono legate all’atto di resistere nel bene, e che abbiamo già considerato; dall’altro, la magnificenza e la magnanimità, che fanno un diretto riferimento all’atto di attaccare, di intraprendere grandi prodezze, anche nelle piccole vicende di una vita normale. Infatti, secondo la teologia morale, “la fortezza, come virtù dell’appetito irascibile, non solo domina le nostre paure (cohibitiva timorum), ma inoltre modera le azioni rischiose e audaci (moderativa audaciarum). Così la fortezza si occupa del timore e dell’audacia, impedendo il primo e imponendo un equilibrio alla seconda”.

La magnanimità o grandezza d’animo è la prontezza nel prendere la decisione di intraprendere opere virtuose eccellenti e difficili, degne di grande onore. Da parte sua, la magnificenza si riferisce alla effettiva realizzazione di opere grandi, e in particolare alla ricerca e all’impiego delle risorse economiche e materiali indispensabili per compiere grandi imprese al servizio di Dio e del bene comune.

Si richiede magnanimità per incominciare ogni giorno l’impresa della propria santificazione e dell’apostolato in mezzo al mondo, malgrado le difficoltà che sempre ci saranno, con la convinzione che tutto è possibile per colui che crede. In questo senso, il cristiano magnanimo non ha timore di proclamare e difendere con fermezza, negli ambienti nei quali si muove, gli insegnamenti della Chiesa, anche in momenti nei quali questo possa costituire un andare controcorrente; un aspetto, questo, che ha una profonda radice evangelica.

S. Sanz Sánchez

dal sito opus dei.it







 
 
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